Sea Salt. A Bowl of Sea Salt. Foto di Happy Crissy
PLAYa-LISTa#3! Continua la rubrica dedicata alla musica su “I canti del ritorno” e per il mese di marzo il Banna ci regala una playlist al sapore del sale! Buon ascolto!
Simone Rovida legge “Ode alle acque del porto” di Pablo Neruda.
Non altro galleggia nei porti se non rottami di casse, cappelli abbandonati e frutta deceduta. Dall’alto i grandi uccelli neri stanno a guardare, immobili. Il mare si è rassegnato all’immondizia, le impronte digitali dell’olio si sono stampate sull’acqua come se qualcuno avesse camminato sulle onde con piedi oleosi, la schiuma ignora la sua origine: non più zuppa di dea nè sapone di Afrodite, ma la sponda in gramaglie di un’osteria con galleggianti, oscuri cavoli sgominati. Gli altri uccelli neri dalle ali sottili come pugnali aspettano lassù, lenti, ormai senza volo, confitti in una nube, indipendenti e segreti come liturgiche forbici, e il mare che ha scordato la marina, lo spazio dell’acqua che disertò e divenne porto, è esaminato con solennità da un freddo comitato di ali nere che vola senza volare, confitto nel cielo blindato, indifferente, mentre l’acqua sporca dondola il vile lascito caduto dalle navi.
Il mestiere del lavandaio è antichissimo: già nell’antica Roma esistevano le cosìdette fulloniche, botteghe dove si smacchiavano le toghe. L’operazione richiedeva attrezzature speciali e moltissima acqua e non era facile eseguirla in casa. Una pittura murale di Pompei ci mostra fulloni che lavano in larghe vasche calcando con i piedi i panni bagnati.
Le prime notizie sui “curandari” di Bagno a Ripolirisalgono al Quattrocento e nel 1800 sono 14 le famiglie che si dedicano a questo mestiere, che consiste, in origine, nell’operazione di candeggio delle tele di lino grezzo attraverso l’esposizione al sole dopo averle lavate. Salgono a 23 i curandari nel 1812, a cui si aggiungono 5 lavandai. E sono proprio i lavandai che si sviluppano principalmente a Grassina: nel 1841 sono 31, il cui lavoro è favorito dalla presenza dei torrenti intorno. Nel 1871 gli abitanti di Grassina diminuiscono (da 14.607 di dieci anni prima a 13.080) ma i lavandai sono aumentati: in totale sono 163 lavandai e 241 lavandaie e per quanto si tratti di un lavoro durissimo, rappresentano una aristocrazia artigiana perché il guadagno è maggiore rispetto a quello di mezzadri, braccianti e altri artigiani.
Nel 1885 la storica famiglia dei Cocchini di Grassina, impianta la prima fabbrica di lisciva, intuendo con grande acume, che questa avrebbe sostituito il ranno, derivato dalla cenere, con il vantaggio di maggiore efficacia e maggiore capacità di conservazione. E così le lavanderie di Grassina diventano sempre più importanti nell’economia dell’intero territorio.
Il lunedì i lavandai andavano in città, di casa in casa, a raccogliere i panni sporchi che caricavano su un carretto. La sera stessa li mettevano a smollare nell’acqua, si metteva a bollire il ranno fatto con la lisciva e lo si versava nelle conche. Il martedì andavano al fiume a sciacquare i panni: inginocchiati sulla riva sopra una cassetta di legno, chiusa in alto e sui lati per proteggersi dal fango si sporgevano nell’acqua gelida. Più tardi furono costruiti dei viai al coperto e negli anni ’30 tutti i lavandai lavoravano al chiuso. Era pratica comune “fare la tavoletta al sapone” per impedirgli di scivolare e finire in acqua. Si applicava una tavoletta di legno al pezzo di sapone sciogliendolo un poco nell’acqua calda e facendola subito aderire e poi asciugare. Per battere le lenzuola sulla pietra del viaio si usava la mestola di pioppo o faggio, un legno che non macchia, leggero e robusto. I panni si tendevano sui fili al sole facendo le così dette “funate” la mattina presto per toglierle la sera, perché non si lasciavano mai i panni tesi di notte. Dovevano poi essere stirati e riconsegnati velocemente.
E ovunque per tutta Grassina si tendevano i panni ad asciugare: si utilizzavano i prati, i cespugli, i rami… come fosse la distesa di una bianca nevicata e per tutto il paese si sentiva il profumo del bucato.
“Mi ero affezionato al paese dei lavandai coi panni bianchi appesi a dei fili tirati orizzontalmente e sorretti da pali distanziati tra loro, riuniti in spiazzi, per lo più pianeggianti, che apparivano come tanti piccoli laghetti di latte ma anche in semplici file che, da essi si dipartivano, inerpicandosi su verso le colline come se fossero degli affluenti. Quando il vento soffiava, la biancheria appesa ai fili si gonfiava come tante vele di caravelle in piena navigazione e scoppiettava come le fruste dei barrocciai che hanno in cima il filo sverzino.” Giuseppe Piombanti Ammannati, I miei racconti (1968) p.12, tratto da Silvano Guerrini, Maria lavava.
Conosco delle barche
che restano nel porto per paura che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire hanno paura del mare a furia di invecchiare e le onde non le hanno mai portate altrove, il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’ sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora, ogni giorno della loro vita e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche che tornano in porto lacerate dappertutto, ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche che tornano sempre quando hanno navigato. Fino al loro ultimo giorno, e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti perché hanno un cuore a misura di oceano.