Mia madre, mia eterna Margherita

MIA MADRE, MIA ETERNA MARGHERITA
di Erica Gardenti, Marisa Del Re, Cecilia Trinci
SoleOmbra edizioni, 2011
Le autrici, in questo piccolo libro, ripercorrono intensi momenti della loro vita condivisi con la propria madre: momenti che diventano ricordi, riflessioni e considerazioni sul rapporto più intenso e unico – ma a volte anche conflittuale – che la maggior parte dell’umanità si trova ad affrontare nel proprio cammino.
Sulla scia di queste emozioni, Venerdì 9 Marzo ore 21 alla Biblioteca delle Oblate, la psicologa Giulia Mercuriali ha approfondito gli aspetti fondamentali della maternità e del rapporto madre-figlia. L’attrice Miriam Bardini ha letto alcuni brani dei tre racconti.

Le vele al vento di Grassina

 

Il mestiere del lavandaio è antichissimo: già nell’antica Roma esistevano le cosìdette fulloniche, botteghe dove si smacchiavano le toghe. L’operazione richiedeva attrezzature speciali e moltissima acqua e non era facile eseguirla in casa. Una pittura murale di Pompei ci mostra fulloni che lavano in larghe vasche calcando con i piedi i panni bagnati.
Le prime notizie sui “curandari” di Bagno a Ripoli risalgono al Quattrocento e nel 1800 sono 14 le famiglie che si dedicano a questo mestiere, che consiste, in origine, nell’operazione di candeggio delle tele di lino grezzo attraverso  l’esposizione al sole dopo averle lavate. Salgono a 23 i curandari nel 1812, a cui si aggiungono 5 lavandai. E sono proprio i lavandai che si sviluppano principalmente a Grassina: nel 1841 sono 31, il cui lavoro è favorito dalla presenza dei torrenti intorno. Nel 1871 gli abitanti di Grassina diminuiscono (da 14.607 di dieci anni prima a 13.080) ma i lavandai sono aumentati: in totale sono 163 lavandai e 241 lavandaie e per quanto si tratti di un lavoro durissimo, rappresentano una aristocrazia artigiana perché il guadagno è maggiore rispetto a quello di mezzadri, braccianti e altri artigiani.
Nel 1885 la storica famiglia dei Cocchini di Grassina, impianta la prima fabbrica di lisciva, intuendo con grande acume, che questa avrebbe sostituito il ranno, derivato dalla cenere, con il vantaggio di maggiore efficacia e maggiore capacità di conservazione. E così le lavanderie di Grassina diventano sempre più importanti nell’economia dell’intero territorio.
Il lunedì i lavandai andavano in città, di casa in casa, a raccogliere i panni sporchi che caricavano su un carretto. La sera stessa li mettevano a smollare nell’acqua, si metteva a bollire il ranno fatto con la lisciva e lo si versava nelle conche. Il martedì andavano al fiume a sciacquare i panni: inginocchiati sulla riva sopra una cassetta di legno, chiusa in alto e sui lati per proteggersi dal fango si sporgevano nell’acqua gelida. Più tardi furono costruiti dei viai al coperto e negli anni ’30 tutti i lavandai lavoravano al chiuso. Era pratica comune “fare la tavoletta al sapone” per impedirgli di scivolare e finire in acqua. Si applicava una tavoletta di legno al pezzo di sapone sciogliendolo un poco nell’acqua calda e facendola subito aderire e poi asciugare. Per battere le lenzuola sulla pietra del viaio si usava la mestola di pioppo o faggio, un legno che non macchia, leggero e robusto. I panni si tendevano sui fili al sole facendo le così dette “funate” la mattina presto per toglierle la sera, perché non si lasciavano mai i panni tesi di notte. Dovevano poi essere stirati e riconsegnati velocemente.
E ovunque per tutta Grassina si tendevano i panni ad asciugare: si utilizzavano i prati, i cespugli, i rami… come fosse la distesa di una bianca nevicata e per tutto il paese si sentiva il profumo del bucato.

“Mi ero affezionato al paese dei lavandai coi panni bianchi appesi a dei fili tirati orizzontalmente e sorretti da pali distanziati tra loro, riuniti in spiazzi, per lo più pianeggianti, che apparivano come tanti piccoli laghetti di latte ma anche in semplici file che, da essi si dipartivano, inerpicandosi su verso le colline come se fossero degli affluenti. Quando il vento soffiava, la biancheria appesa ai fili si gonfiava come tante vele di caravelle in piena navigazione e scoppiettava come le fruste dei barrocciai che hanno in cima il filo sverzino.” Giuseppe Piombanti Ammannati, I miei racconti (1968) p.12, tratto da Silvano Guerrini, Maria lavava.

Renaioli d’Arno

 

Spaccata in due come un gheriglio di noce, la Valle dell’Arno si distende nella campagna toscana e il fiume si insinua con la sua acqua “bionda”, incontentabile e sorniona, a momenti liscia e tranquilla e a momenti tormentata e dura come le sue pietre.

L’acqua è una forza primordiale essenziale, uno dei quattro elementi da cui tutto nasce e cresce, non si inganna, non si ferma, non si nasconde e soprattutto non si può ignorare.

Da tempi memorabili un grande legame di rispetto ha unito l’Arno con i cittadini toscani, un equilibrio fatto di lavoro e di doni, elementare e irrinunciabile ma rigido di regole e di fatica.

A Ellera, a cinque chilometri a est di Firenze, il Mulino di Eugenio Fantappié è ancora perfettamente funzionante, e se ne sta lì, nella sua bellezza trecentesca, a lato di una delle maggiori pescaie sul fiume, a testimoniare l’importanza di una sintonia tra uomo e natura che  suscita rispetto e meraviglia. Marco Castaldi, uno dei fondatori della Associazione Renaioli, attiva dagli anni ’90, ci accompagna in un viaggio d’acqua che inizia con il racconto di una grande amicizia tra i fiorentini e l’Arno, interrotta il 4 novembre del 1966, quando l’alluvione fu vissuta come un tradimento epocale. Da quel giorno tutta l’attività legata a questo angolo del fiume si fermò e l’Arno, diventato un avversario sospetto, perse quasi tutto il suo fascino e la sua potenzialità economica.

In realtà quello che ha interrotto questo amore millenario, come in tutte le vere relazioni, è stata più la paura che nasce dal non conoscersi più, dal non sapersi più rispettare reciprocamente che da un vero pericolo fisico su cui Firenze ancora sta adagiata inconsapevole. L’alluvione è ancora possibile, ogni giorno che piove un po’ di più, ogni volta che il cielo, come ha preso a fare da qualche tempo, scaraventa sulla terra le sue riserve d’acqua come se un pazzo spalancasse le cateratte dell’Universo.

Un tempo era più facile difendersi. “Il rumore della corrente diceva in ogni momento cosa stava succedendo al fiume e proprio quando cominciava il silenzio e il dislivello della pescaia non c’era più la piena era al massimo. Era il silenzio del fiume che non faceva dormire”.

In quello stesso angolo dell’Arno, c’era un tempo in cui funzionava il mulino per la macina dei raccolti, funzionava la fabbrica che recuperava la seta e il cotone dai “cenci” che venivano recuperati dal macero, e funzionavano le bilance con cui i pescatori tiravano su i pesci che portavano al mercato conservandoli ben chiusi dentro le zucche giganti svuotate. Un mondo attivo e coordinato in questo pezzo di fiume ricco d’acqua e di vita che andava regolarmente difeso dalle piante infestanti, dai detriti portati dalle piene, dal fango che alzava il letto del fiume. Non erano “rose e fiori”: c’era fatica, c’era pericolo, ma conoscere la natura in cui si vive permette di riceverne risorse.

E c’erano i renaioli.

Erano sempre in acqua, in tutte le stagioni, e sollevavano quintali di materiale a forza di braccia con le apposite pale. Si manovrava la barca remando a stanga, la lunga pertica con cui, da poppa,  appoggiando il finale di metallo detto polso, sul fondo del fiume, si spingevano in avanti, dando prova di un eccezionale senso di equilibrio, oltre che di forza. “Le stanghe sono dei sensori, con cui si può capire la profondità, se il letto è coperto di rena o di sassi e servono anche come timone o come àncora” .

Il vento e la corrente erano i peggiori nemici di queste piccole barche senza chiglia.

C’era un forte senso di solidarietà tra i renaioli: segnalavano ai compaesani i punti nascosti dove potevano raccogliere legna per l’inverno o si trovavano a salvare qualche nuotatore sprovveduto.

L’Arno all’epoca era come una strada, e la viabilità acquatica non era destinata solo alle barche, ma anche ai tronchi che venivano fatti rotolare nel fiume dai foderai, dal Casentino fino al mare, con una grande abilità che non ammetteva errori perché “con l’acqua bisogna sempre sapere cosa si vuole fare e sbagliare non è ammesso” dice Marco.

Tutta Firenze è stata costruita con il materiale raccolto dai renaioli, secondo i vari livelli di granimetria:  pillori (le pietre), ghiaia, ghiaino (buona per strade e pilastri), renone (buona per murare) e rena fine  (per intonacare). Poi sono arrivate le draghe e il mondo è cambiato. La rena si raccoglie in un tempo estremamente minore e con fatica contenuta. Ma nessuno custodisce più il fiume. Si formano gorghi e buche incontrollate e la portata non è più sotto attenzione. Tronchi, detriti, plastica, rifiuti feriscono tutti i nostri fiumi che scorrono verso imbuti di cemento che strangolano.

L’Associazione Renaioli non vorrebbe arrendersi. E’ riuscita a recuperare e restaurare otto barchetti trovati abbandonati nel fiume e queste imbarcazioni basse, un po’ allungate, che erano fatte apposta per stare in equilibrio sotto il carico di rena al limite del possibile, sono tornate in Arno per raccontare  le cose da un altro punto di vista, e per il piacere di conservare e condividere uno scenario mai visto.

L’Associazione si occupa anche della manutenzione: “Le barche, dice Marco, vanno tenute in acqua altrimenti fanno come i panieri: si seccano e si spaccano” e intanto ne prepara una per mostrarci che cosa significa navigare in Arno: svuota il fondo dall’acqua con una votazza, sceglie una lunghissima stanga di castagno di sei metri e ci fa salire.

Scesi con lui sul barchetto e imboccata la via del fiume, scivolando silenziosi sulla corrente che costeggia la rapida della pescaia, ritroviamo immediatamente una dimensione dimenticata, fatta di cielo, di acqua, di uccelli azzurri che volano a pelo d’acqua, di piante che si piegano fino a inginocchiarsi sulle sponde, in una sciarpa di colori esplosivi, dal giallo al rosso, dal verde al marrone, caldi e immobili in tutte le loro possibili variazioni. Navighiamo verso la Gualchiera su questo guscio di noce, scivolando in assoluto silenzio, sopra una liquida pace che risana, immersi nei riflessi che raddoppiano i colori, attraversando  le prime nebbioline del tramonto, in un tempo assente che ha fermato il respiro.

Per informazioni: Marco Castaldi Associazione Renaioli  – 328.8424910
Molino Ellera di Eugenio Fantappié  – 055.6593441