Simone Rovida legge “Ode alle acque del porto” di Pablo Neruda.
Non altro galleggia nei porti se non rottami di casse, cappelli abbandonati e frutta deceduta. Dall’alto i grandi uccelli neri stanno a guardare, immobili. Il mare si è rassegnato all’immondizia, le impronte digitali dell’olio si sono stampate sull’acqua come se qualcuno avesse camminato sulle onde con piedi oleosi, la schiuma ignora la sua origine: non più zuppa di dea nè sapone di Afrodite, ma la sponda in gramaglie di un’osteria con galleggianti, oscuri cavoli sgominati. Gli altri uccelli neri dalle ali sottili come pugnali aspettano lassù, lenti, ormai senza volo, confitti in una nube, indipendenti e segreti come liturgiche forbici, e il mare che ha scordato la marina, lo spazio dell’acqua che disertò e divenne porto, è esaminato con solennità da un freddo comitato di ali nere che vola senza volare, confitto nel cielo blindato, indifferente, mentre l’acqua sporca dondola il vile lascito caduto dalle navi.
Il mestiere del lavandaio è antichissimo: già nell’antica Roma esistevano le cosìdette fulloniche, botteghe dove si smacchiavano le toghe. L’operazione richiedeva attrezzature speciali e moltissima acqua e non era facile eseguirla in casa. Una pittura murale di Pompei ci mostra fulloni che lavano in larghe vasche calcando con i piedi i panni bagnati.
Le prime notizie sui “curandari” di Bagno a Ripolirisalgono al Quattrocento e nel 1800 sono 14 le famiglie che si dedicano a questo mestiere, che consiste, in origine, nell’operazione di candeggio delle tele di lino grezzo attraverso l’esposizione al sole dopo averle lavate. Salgono a 23 i curandari nel 1812, a cui si aggiungono 5 lavandai. E sono proprio i lavandai che si sviluppano principalmente a Grassina: nel 1841 sono 31, il cui lavoro è favorito dalla presenza dei torrenti intorno. Nel 1871 gli abitanti di Grassina diminuiscono (da 14.607 di dieci anni prima a 13.080) ma i lavandai sono aumentati: in totale sono 163 lavandai e 241 lavandaie e per quanto si tratti di un lavoro durissimo, rappresentano una aristocrazia artigiana perché il guadagno è maggiore rispetto a quello di mezzadri, braccianti e altri artigiani.
Nel 1885 la storica famiglia dei Cocchini di Grassina, impianta la prima fabbrica di lisciva, intuendo con grande acume, che questa avrebbe sostituito il ranno, derivato dalla cenere, con il vantaggio di maggiore efficacia e maggiore capacità di conservazione. E così le lavanderie di Grassina diventano sempre più importanti nell’economia dell’intero territorio.
Il lunedì i lavandai andavano in città, di casa in casa, a raccogliere i panni sporchi che caricavano su un carretto. La sera stessa li mettevano a smollare nell’acqua, si metteva a bollire il ranno fatto con la lisciva e lo si versava nelle conche. Il martedì andavano al fiume a sciacquare i panni: inginocchiati sulla riva sopra una cassetta di legno, chiusa in alto e sui lati per proteggersi dal fango si sporgevano nell’acqua gelida. Più tardi furono costruiti dei viai al coperto e negli anni ’30 tutti i lavandai lavoravano al chiuso. Era pratica comune “fare la tavoletta al sapone” per impedirgli di scivolare e finire in acqua. Si applicava una tavoletta di legno al pezzo di sapone sciogliendolo un poco nell’acqua calda e facendola subito aderire e poi asciugare. Per battere le lenzuola sulla pietra del viaio si usava la mestola di pioppo o faggio, un legno che non macchia, leggero e robusto. I panni si tendevano sui fili al sole facendo le così dette “funate” la mattina presto per toglierle la sera, perché non si lasciavano mai i panni tesi di notte. Dovevano poi essere stirati e riconsegnati velocemente.
E ovunque per tutta Grassina si tendevano i panni ad asciugare: si utilizzavano i prati, i cespugli, i rami… come fosse la distesa di una bianca nevicata e per tutto il paese si sentiva il profumo del bucato.
“Mi ero affezionato al paese dei lavandai coi panni bianchi appesi a dei fili tirati orizzontalmente e sorretti da pali distanziati tra loro, riuniti in spiazzi, per lo più pianeggianti, che apparivano come tanti piccoli laghetti di latte ma anche in semplici file che, da essi si dipartivano, inerpicandosi su verso le colline come se fossero degli affluenti. Quando il vento soffiava, la biancheria appesa ai fili si gonfiava come tante vele di caravelle in piena navigazione e scoppiettava come le fruste dei barrocciai che hanno in cima il filo sverzino.” Giuseppe Piombanti Ammannati, I miei racconti (1968) p.12, tratto da Silvano Guerrini, Maria lavava.
Baratti il mare entra nella terra con un rotondo abbraccio d’acqua, incredibilmente azzurra e limpida. Secondo come tira il vento, scivola calma e piatta come in una cartolina, oppure si precipita con una rincorsa di spume arrabbiate che vanno a rotolare sulla spiaggia scura, luccicosa di pirite.
Le tombe etrusche allo scoperto, la grande importanza archeologica di questo territorio, lo hanno preservato almeno fino ad oggi dalla cementificazione selvaggia e ce lo ha custodito in tutta la sua meraviglia: una campagna fertile, profumata di elicriso e mentastra, spazzata dai venti di mare che hanno piegato tutti gli alberi, inclinati come grandi vecchi ingobbiti dal tempo.
Se ti fermi a mangiare alla baracchina, proprio davanti alla chiesa che sta spenzolata sull’acqua, piccola e incantata, come fosse apparsa per l’invocazione di un pescatore sorpreso a largo dalla mareggiata, ti si allarga davanti, in uno scenario da sogno, uno dei mari più belli della toscana, trattenuto da colline verdi, prunose di cespugli e di pini, senza lo spregio di case e di strade.
E di fronte, proprio nel centro della conchiglia di Baratti un molo di legno indica il posto dove stanno ancorate piccole imbarcazioni per la pesca o da turismo. Tra queste la barca-taxi di Andrea Magri che d’estate accompagna i turisti nelle calette per giornate esclusive di relax e di mare e soprattutto il gommone professionale di Alberto Ingrassia, proprietario del Diving e responsabile della scuola subacquea che ha sede anche a Salivoli. La sua è stata una scelta di vita, e dopo aver voltato le spalle ad una carriera in città, si è dedicato interamente al mare, facendo di una passione un lavoro, con l’impegno e il senso di responsabilità che la vera libertà impone.
“Sott’acqua c’è un altro mondo: non ci sono telefoni, rumori, si vedono cose meravigliose in piccoli spazi, e poi non si cammina e basta, ma si vola, ci si sposta in tutte le direzioni, in basso, in alto, di traverso. La dimensione è infinita. I colori e le luci si caricano. Non percepisci più i limiti”.
Tutti possono provare questa sensazione di estremo piacere purché si impari a farlo in sicurezza, rispettando le regole. Alberto accompagna con estrema professionalità i subacquei in questi viaggi sempre stupendi, entrando spesso in tale sintonia con le persone che incontra da aver collezionato una lunga serie di amicizie, che rimangono fedeli, anche a distanza di chilometri e di anni. Conosce tutto il territorio, sopra e sotto il mare e conosce bene le persone che ha imparato ad ascoltare.
“A volte, ci dice sorridendo, c’è chi considera il mare una dispensa, come se fosse un pozzo senza fine, capace di ricreare continuamente dal niente quello che c’è e come se fossimo autorizzati a prendere di tutto. Ti chiedono a che velocità sei andato… come se fosse obbligatorio correre sempre. Invece, il mare ha i suoi tempi e ha le sue ragioni”.
“L’Italia è una penisola, ha tanto mare intorno”, aggiunge e il sorriso si fa un po’ malinconico, “ma non ha una cultura del mare”.
Infatti siamo affascinati dalle bellezze naturali e poi facciamo di tutto per alterarle, senza renderci conto che la distruzione è per sempre. Cultura del mare vuol dire conoscere, capire e saper convivere con una delle più grandi meraviglie che appartiene a tutti noi indistintamente e che tutti noi indistintamente abbiamo il dovere categorico di conservare al meglio.
Non solo per estetica. Ma perché da questo dipende la nostra vita.
CHE COSA SEI CREATURA?
di e con Simone Rovida
da un racconto di Dino Buzzati
in sottofondo “ANGELS’ TEAR” di CELESTIAL AEON PROJECT
rilasciato con una licenza Creative Commons BY-NC-SA
via jamendo.com