Buon 2012 da I Canti del ritorno con la PLAYa-LISTa #2 che il Banna ha dedicato alle onde!!!
#1 Ludovico Einaudi - Le Onde (The Waves)
#3 Jobim (with Harbie Hancock) – Wave
# 5 Black Tide – Shockwave
Buon 2012 da I Canti del ritorno con la PLAYa-LISTa #2 che il Banna ha dedicato alle onde!!!
#1 Ludovico Einaudi - Le Onde (The Waves)
#3 Jobim (with Harbie Hancock) – Wave
# 5 Black Tide – Shockwave
Baratti il mare entra nella terra con un rotondo abbraccio d’acqua, incredibilmente azzurra e limpida. Secondo come tira il vento, scivola calma e piatta come in una cartolina, oppure si precipita con una rincorsa di spume arrabbiate che vanno a rotolare sulla spiaggia scura, luccicosa di pirite.
Le tombe etrusche allo scoperto, la grande importanza archeologica di questo territorio, lo hanno preservato almeno fino ad oggi dalla cementificazione selvaggia e ce lo ha custodito in tutta la sua meraviglia: una campagna fertile, profumata di elicriso e mentastra, spazzata dai venti di mare che hanno piegato tutti gli alberi, inclinati come grandi vecchi ingobbiti dal tempo.
Se ti fermi a mangiare alla baracchina, proprio davanti alla chiesa che sta spenzolata sull’acqua, piccola e incantata, come fosse apparsa per l’invocazione di un pescatore sorpreso a largo dalla mareggiata, ti si allarga davanti, in uno scenario da sogno, uno dei mari più belli della toscana, trattenuto da colline verdi, prunose di cespugli e di pini, senza lo spregio di case e di strade.
E di fronte, proprio nel centro della conchiglia di Baratti un molo di legno indica il posto dove stanno ancorate piccole imbarcazioni per la pesca o da turismo. Tra queste la barca-taxi di Andrea Magri che d’estate accompagna i turisti nelle calette per giornate esclusive di relax e di mare e soprattutto il gommone professionale di Alberto Ingrassia, proprietario del Diving e responsabile della scuola subacquea che ha sede anche a Salivoli. La sua è stata una scelta di vita, e dopo aver voltato le spalle ad una carriera in città, si è dedicato interamente al mare, facendo di una passione un lavoro, con l’impegno e il senso di responsabilità che la vera libertà impone.
“Sott’acqua c’è un altro mondo: non ci sono telefoni, rumori, si vedono cose meravigliose in piccoli spazi, e poi non si cammina e basta, ma si vola, ci si sposta in tutte le direzioni, in basso, in alto, di traverso. La dimensione è infinita. I colori e le luci si caricano. Non percepisci più i limiti”.
Tutti possono provare questa sensazione di estremo piacere purché si impari a farlo in sicurezza, rispettando le regole. Alberto accompagna con estrema professionalità i subacquei in questi viaggi sempre stupendi, entrando spesso in tale sintonia con le persone che incontra da aver collezionato una lunga serie di amicizie, che rimangono fedeli, anche a distanza di chilometri e di anni. Conosce tutto il territorio, sopra e sotto il mare e conosce bene le persone che ha imparato ad ascoltare.
“A volte, ci dice sorridendo, c’è chi considera il mare una dispensa, come se fosse un pozzo senza fine, capace di ricreare continuamente dal niente quello che c’è e come se fossimo autorizzati a prendere di tutto. Ti chiedono a che velocità sei andato… come se fosse obbligatorio correre sempre. Invece, il mare ha i suoi tempi e ha le sue ragioni”.
“L’Italia è una penisola, ha tanto mare intorno”, aggiunge e il sorriso si fa un po’ malinconico, “ma non ha una cultura del mare”.
Infatti siamo affascinati dalle bellezze naturali e poi facciamo di tutto per alterarle, senza renderci conto che la distruzione è per sempre.
Cultura del mare vuol dire conoscere, capire e saper convivere con una delle più grandi meraviglie che appartiene a tutti noi indistintamente e che tutti noi indistintamente abbiamo il dovere categorico di conservare al meglio.
Non solo per estetica. Ma perché da questo dipende la nostra vita.
Subacquea informazioni: ingrassia.alberto@gmail.com
CHE COSA SEI CREATURA?
di e con Simone Rovida
da un racconto di Dino Buzzati
in sottofondo “ANGELS’ TEAR” di CELESTIAL AEON PROJECT
rilasciato con una licenza Creative Commons BY-NC-SA
via jamendo.com
L’acqua, il mare, le onde nella playa-list del Banna, egregio bassista nonché amico de I canti del ritorno: ogni mese una lista di 5 canzoni “d’acqua” tutte per noi.
# 1 Pacifico – Dal giardino tropicale
#2 Tony Sheridan con i The Beat Brothers/Beatles – My Bonnie (lies over
the ocean)
#3 Statuto – Qui non c’è il mare
#4 Black Sabbath – Children of the sea
#5 Queen – Seven seas of Rhye
Spaccata in due come un gheriglio di noce, la Valle dell’Arno si distende nella campagna toscana e il fiume si insinua con la sua acqua “bionda”, incontentabile e sorniona, a momenti liscia e tranquilla e a momenti tormentata e dura come le sue pietre.
L’acqua è una forza primordiale essenziale, uno dei quattro elementi da cui tutto nasce e cresce, non si inganna, non si ferma, non si nasconde e soprattutto non si può ignorare.
Da tempi memorabili un grande legame di rispetto ha unito l’Arno con i cittadini toscani, un equilibrio fatto di lavoro e di doni, elementare e irrinunciabile ma rigido di regole e di fatica.
A Ellera, a cinque chilometri a est di Firenze, il Mulino di Eugenio Fantappié è ancora perfettamente funzionante, e se ne sta lì, nella sua bellezza trecentesca, a lato di una delle maggiori pescaie sul fiume, a testimoniare l’importanza di una sintonia tra uomo e natura che suscita rispetto e meraviglia. Marco Castaldi, uno dei fondatori della Associazione Renaioli, attiva dagli anni ’90, ci accompagna in un viaggio d’acqua che inizia con il racconto di una grande amicizia tra i fiorentini e l’Arno, interrotta il 4 novembre del 1966, quando l’alluvione fu vissuta come un tradimento epocale. Da quel giorno tutta l’attività legata a questo angolo del fiume si fermò e l’Arno, diventato un avversario sospetto, perse quasi tutto il suo fascino e la sua potenzialità economica.
In realtà quello che ha interrotto questo amore millenario, come in tutte le vere relazioni, è stata più la paura che nasce dal non conoscersi più, dal non sapersi più rispettare reciprocamente che da un vero pericolo fisico su cui Firenze ancora sta adagiata inconsapevole. L’alluvione è ancora possibile, ogni giorno che piove un po’ di più, ogni volta che il cielo, come ha preso a fare da qualche tempo, scaraventa sulla terra le sue riserve d’acqua come se un pazzo spalancasse le cateratte dell’Universo.
Un tempo era più facile difendersi. “Il rumore della corrente diceva in ogni momento cosa stava succedendo al fiume e proprio quando cominciava il silenzio e il dislivello della pescaia non c’era più la piena era al massimo. Era il silenzio del fiume che non faceva dormire”.
In quello stesso angolo dell’Arno, c’era un tempo in cui funzionava il mulino per la macina dei raccolti, funzionava la fabbrica che recuperava la seta e il cotone dai “cenci” che venivano recuperati dal macero, e funzionavano le bilance con cui i pescatori tiravano su i pesci che portavano al mercato conservandoli ben chiusi dentro le zucche giganti svuotate. Un mondo attivo e coordinato in questo pezzo di fiume ricco d’acqua e di vita che andava regolarmente difeso dalle piante infestanti, dai detriti portati dalle piene, dal fango che alzava il letto del fiume. Non erano “rose e fiori”: c’era fatica, c’era pericolo, ma conoscere la natura in cui si vive permette di riceverne risorse.
E c’erano i renaioli.
Erano sempre in acqua, in tutte le stagioni, e sollevavano quintali di materiale a forza di braccia con le apposite pale. Si manovrava la barca remando a stanga, la lunga pertica con cui, da poppa, appoggiando il finale di metallo detto polso, sul fondo del fiume, si spingevano in avanti, dando prova di un eccezionale senso di equilibrio, oltre che di forza. “Le stanghe sono dei sensori, con cui si può capire la profondità, se il letto è coperto di rena o di sassi e servono anche come timone o come àncora” .
Il vento e la corrente erano i peggiori nemici di queste piccole barche senza chiglia.
C’era un forte senso di solidarietà tra i renaioli: segnalavano ai compaesani i punti nascosti dove potevano raccogliere legna per l’inverno o si trovavano a salvare qualche nuotatore sprovveduto.
L’Arno all’epoca era come una strada, e la viabilità acquatica non era destinata solo alle barche, ma anche ai tronchi che venivano fatti rotolare nel fiume dai foderai, dal Casentino fino al mare, con una grande abilità che non ammetteva errori perché “con l’acqua bisogna sempre sapere cosa si vuole fare e sbagliare non è ammesso” dice Marco.
Tutta Firenze è stata costruita con il materiale raccolto dai renaioli, secondo i vari livelli di granimetria: pillori (le pietre), ghiaia, ghiaino (buona per strade e pilastri), renone (buona per murare) e rena fine (per intonacare). Poi sono arrivate le draghe e il mondo è cambiato. La rena si raccoglie in un tempo estremamente minore e con fatica contenuta. Ma nessuno custodisce più il fiume. Si formano gorghi e buche incontrollate e la portata non è più sotto attenzione. Tronchi, detriti, plastica, rifiuti feriscono tutti i nostri fiumi che scorrono verso imbuti di cemento che strangolano.
L’Associazione Renaioli non vorrebbe arrendersi. E’ riuscita a recuperare e restaurare otto barchetti trovati abbandonati nel fiume e queste imbarcazioni basse, un po’ allungate, che erano fatte apposta per stare in equilibrio sotto il carico di rena al limite del possibile, sono tornate in Arno per raccontare le cose da un altro punto di vista, e per il piacere di conservare e condividere uno scenario mai visto.
L’Associazione si occupa anche della manutenzione: “Le barche, dice Marco, vanno tenute in acqua altrimenti fanno come i panieri: si seccano e si spaccano” e intanto ne prepara una per mostrarci che cosa significa navigare in Arno: svuota il fondo dall’acqua con una votazza, sceglie una lunghissima stanga di castagno di sei metri e ci fa salire.
Scesi con lui sul barchetto e imboccata la via del fiume, scivolando silenziosi sulla corrente che costeggia la rapida della pescaia, ritroviamo immediatamente una dimensione dimenticata, fatta di cielo, di acqua, di uccelli azzurri che volano a pelo d’acqua, di piante che si piegano fino a inginocchiarsi sulle sponde, in una sciarpa di colori esplosivi, dal giallo al rosso, dal verde al marrone, caldi e immobili in tutte le loro possibili variazioni. Navighiamo verso la Gualchiera su questo guscio di noce, scivolando in assoluto silenzio, sopra una liquida pace che risana, immersi nei riflessi che raddoppiano i colori, attraversando le prime nebbioline del tramonto, in un tempo assente che ha fermato il respiro.
Per informazioni: Marco Castaldi Associazione Renaioli – 328.8424910
Molino Ellera di Eugenio Fantappié – 055.6593441